Sara Vanin

Bio

il sapere è anzitutto carnale. Le nostre orecchie e i nostri occhi lo captano, la nostra bocca lo trasmette. Certo, ci viene dai libri, ma i libri escono da noi. Fa rumore, un pensiero, e il piacere di leggere è un retaggio del bisogno di dire. potrei credere di non averti mai conosciuto se non sapessi il tuo nome che rimane immutabile senza il minimo deterioramento e con il suo splendoreintatto e così rimarrà anche se tu sarai scomparsa del tutto e anche se tu sarai morta. lo Stato è come la religione: vale se la gente ci crede Problema della mia generazione è che ci sentiamo tutti dei geni del cazzo. Far qualcosa per noi non è abbastanza, e neanche vendere qualcosa, o insegnare qualcosa o solamente combinare qualcosa:no, noi dobbiamo ESSERE qualcosa. E' un nostro inalienabile diritto, in quanto cittadini del ventunesimo secolo. Rubare è un mestiere impegnativo, ci cuole gente seria, mica come voi!Voi,al massimo...potete andare a lavorare!! (I soliti ignoti) Mi sono spesso domandata quale fosse la ragione e il senso di queste mie rabbie. Credo ch'esse si spieghino in parte con una profonda vitalità, e con un estremismo cui non ho mai rinunciatodel tutto. Spingendo le mie repulsioni fino al vomito, e i miei desideri fino all'ossessione, un abisso separava le cose che mi piacevano da quelle che non mi piacevano. Non potevo accettare con indifferenza la caduta che mi precipitava dalla pienezza al vuoto, dalla beatitudine all'orrore; se la ritenevo fatale mi rassegnavo: non me la sono mai presa con gli oggetti. Ma non volevo saperne di cedere a quella forza impalpabile che sono le parole; il fatto che una frase buttata là negligentemente: "bisogna..non si deve", rovinasse in un attimo le mie imprese,le mie gioie, mi rivoltava. L'arbitrio degli ordini e delle proibizioni in cui mi scontravo ne denunciava l'inconsistenza; ieri ho pelato una pesca: perchè oggi non posso pelare la prugna?perchè interrompere i miei giochi proprio inquesto momento?dovunque incontravo costrizioni, in nessun luogo la necessità. Nel cuore della legge che mi opprimeva con l'implacabile rigore delle pietre, intravvedevo una vertiginosa assenza, e mi precipitavo in quest'abisso, la bocca lacerata dalle grida. Gettandomi a terra, scalciando, opponevo il peso della mia carne all'aerea potenza che mi tiranneggiava, la obbligavo a materializzarsi: mi afferravano, mi rinchiudevano inuno sgabuzzino buio, tra le scope e i piumini; e allora potevo martellare coi piedi e con le mani contro veri muri, invece di dibattermi contro volontà inafferrabili. Simone de Beauvoir, " Memorie d'una ragazza perbene", 1978, Einaudi, Torino

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